Tutti abbiamo assistito all’episodio accaduto qualche giorno relativo alla contestazione del Papa alla Università La Sapienza di Roma da parte di un ristretto gruppo di docenti e di studenti. Su tutti i giornali nazionali, e anche internazionali, vari intellettuali e filosofi di destra e sinistra, laici e cattolici, si sono cimentati nell’esprimere le proprie posizioni. Fatto salvo il diritto che costoro avevano di manifestare il loro dissenso.

Penso che dietro quanto è accaduto ci sia molto di più di quanto i giornali stessi hanno lasciato intravedere, cioè la questione circa l’opportunità o meno di invitare “questo” papa, disegnato nel libro del prof. M. Martelli dell’Università di Urbino (dal titolo significativo Senza dogmi. L’antifilosofia di papa Ratzinger, Ed. Riuniti, 2007) come come intransigente e dogmatico, antifilosofico, a tenere in una università (laica) il discorso inaugurale dell’anno accademico.
Dietro la polemica circa la laicità dello Stato che nessun cattolico intelligente, e il papa in prima persona, metterebbe mai in discussione , troppo spesso strumentalizzata senza alcuna onestà intellettuale ma per fini puramente opportunistici da parte di ambedue gli schieramenti politici, si nascondono altri e ben più grandi temi quale vera posta in gioco, come ad es. il rapporto tra verità e democrazia, tra verità e politica, tra fede e ragione, tra fede e scienza, tra una “visione debole e relativistica della verità” ed una invece che seppur speranzosa non nasconde tutta quella “fatica del concetto” tanto cara a Hegel.

Infatti, il modello di una laicità libera da pregiudizi penso sia quello che ci mette tutti, credenti e non credenti, da un lato, davanti una fede pensosa, capace cioè di lasciarsi interrogare dalle grandi domande della ragione, ma anche e allo stesso tempo capace di provocare la ragione con le sue domande e le sue istanze. Una fede la quale, però, oltre che pensosa, anzi proprio perché tale, si presenta anche come dialogica, cioè aperta alla problematicità della ragione, alla pluralità dei percorsi e alla diversità dei tempi e dei registri di comprensione. Una fede comunicativa e interpretativa, capace di leggere i frammenti di verità sparsi nei sentieri della ragione finita tipica dell’umano esperire.
La laicità però oltre che essere esperienza di un pensiero libero è anche esperienza di un pensiero responsabile, cioè capace di fare ricerca nel rispetto dei limiti che la stessa ragione richiede. Non si può negare che più che attaccare la ragione, il tentativo della teologia a partire dal Concilio Vaticano II, e degli ultimi papi, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, sia andato nella direzione opposta, avendo come scopo quello di difendere la ragione e di riabilitarla soprattutto nei confronti di alcune correnti filosofiche e culturali in genere, come ad es. il “pensiero debole” proposto da G. Vattimo e P. A. Rovatti (di loro si veda Il pensiero debole, Feltrinelli, Torino 1983) per i quali la ragione è incapace di reperire alcuna verità, o la riduzione pragmatistica della ragione a semplice “strumento dell’agire” (Dewey) da valutare solo intermini di efficacia e di efficienza, di utilità e di operatività, la concezione cioè di una “ragione procedurale”.
Proprio a riguardo il papa spesso, più che condannare la ragione, sembra voler richiamare a verificare l’uso che di essa è possibile fare. Vale qui la pena di citare a tal proposito due passaggi della Fides et ratio di Giovanni Paolo II (ahime! rimasta sconosciuta ai più, anche a molti filosofi e intellettuali laicisti), di cui l’allora card. Ratzinger fu certamente coestensore. Scriveva papa Woytila che “la fede non interviene per umiliare l’autonomia della ragione o per ridurne o spazio di azione […], la fede affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel fluire degli eventi, la presenza operante della provvidenza” (Fides et ratio, 16). E più avanti ancora affermava che “non ha dunque motivo di esistere competitività tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione” (n. 17). E così la fede e la ragione, come “due ali”, sono due strade che, seppure con un registro diverso, possono portare a una verità condivisa.
Il papa, ispirandosi ad una “ragione etica della politica”, denuncia il rischio di una democrazia che in nome dell’assenza di verità costruisce il proprio potere su opinioni facilmente manipolabili secondo una logica dominata da interessi di parte. E sempre più spesso capita oggi, come nel passato, che nell’assenza di verità, ognuno costruisca la propria verità, usando quelle diverse forme di potere messe a disposizioni da meccanismi sociali che sfuggono al controllo dei processi democratici. Per cui accade che “la sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo - continua il papa – il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico e in quello politico”.
Ritengo queste argomentazioni di alto profilo laico oltre che intellettuale: un inno alla libertà e alla ragionevolezza, alla responsabilità e alla democraticità. Proprio per questo contro ogni forma di sterile scetticismo e di arido fideismo penso che credenti e non credenti debbano sforzarsi per lottare sia per una verità che non abbia paura del dubbio, e sia per un dubbio che non abbia paura di trovare la verità. Personalmente ho sempre sostenuto che, nel dialogo tra teologia e filosofia (che il papa nel suo discorso chiama “coppia di gemelli”), tra fede e ragione, piuttosto che una verità che ha paura del dubbio preferisco una verità che resiste al dubbio, così come ad un dubbio che assolutizza falsamente se stesso, è meglio privilegiarne uno che potrebbe diventare la via (metà-hodos), di cartesiana memoria, per arrivare ad una verità evidente. Perché, in fondo, anche chi dubita della verità fa del suo dubbio la sua prima e ultima verità. Chi dubita della possibilità della verità non fa altro che rendere la sua non-verità un’altra forma di verità, un altro dogma, che si rivela essere molto più drammatico e pericoloso.
Foto: LaStampa e RaiNews
di Illiceto Michele
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