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22 gennaio 2008

PAPA-LA SAPIENZA: LE VERITA' NASCOSTE

La vera motivazione che ha spinto il papa a non partecipare piu' all'inaugurazione dell'anno accademico non è quella che narrano i giornali.

Tutti abbiamo assistito all’episodio accaduto qualche giorno relativo alla contestazione del Papa alla Università La Sapienza di Roma da parte di un ristretto gruppo di docenti e di studenti. Su tutti i giornali nazionali, e anche internazionali, vari intellettuali e filosofi di destra e sinistra, laici e cattolici, si sono cimentati nell’esprimere le proprie posizioni. Fatto salvo il diritto che costoro avevano di manifestare il loro dissenso. 

Penso che dietro quanto è accaduto ci sia molto di più di quanto i giornali stessi hanno lasciato intravedere, cioè la questione circa l’opportunità o meno di invitare “questo” papa, disegnato nel libro del prof. M. Martelli dell’Università di Urbino (dal titolo significativo Senza dogmi. L’antifilosofia di papa Ratzinger, Ed. Riuniti, 2007) come come intransigente e dogmatico, antifilosofico, a tenere in una università (laica) il discorso inaugurale dell’anno accademico.

 

Dietro la polemica circa la laicità dello Stato che nessun cattolico intelligente, e il papa in prima persona, metterebbe mai in discussione , troppo spesso strumentalizzata senza alcuna onestà intellettuale ma per fini puramente opportunistici da parte di ambedue gli schieramenti politici, si nascondono altri e ben più grandi temi quale vera posta in gioco, come ad es. il rapporto tra verità e democrazia, tra verità e politica, tra fede e ragione,  tra fede e scienza, tra una “visione debole e relativistica della verità” ed una invece che seppur speranzosa non nasconde tutta quella “fatica del concetto” tanto cara a Hegel.

 
 
 
Mi sono chiesto in questi giorni se la laicità sia una prerogativa dei non credenti. E se è vero, come hanno scritto intellettuali laicisti, che chi crede sia tout court oscurantista, antifilosofico, intollerante e dogmatico, che cioè debba rinunciare alla ragione, addirittura denigrarla. Penso sia ragionevole dire che nessuno può appropriarsi della laicità come se fosse patrimonio unico di qualcuno, un qualcosa di esclusivo per giustificare e sostenere le proprie idee. La laicità più che dividere, dovrebbe essere, al contrario, ciò che deve unire e accomunare tutti in una comune ricerca. Proprio il papa lo sottolinea nel discorso che avrebbe dovuto pronunciare alla Sapienza, quando afferma che è necessario “dare giusta forma alla libertà umana, che è sempre libertà nella comunione reciproca”.
 

 

 
Ma questo esige che per laicità si intenda in primo luogo la libertà di pensiero nel rispetto della diversità delle idee. La laicità comune a credenti e non credenti sta in quel principio formulato da Voltaire secondo cui ognuno dovrebbe dire all’altro: "non sono d'accordo con te ma darei la vita affinchè tu possa esprimerlo". Certo non una libertà fine a se stessa, svincolata dalla ricerca della verità, anche se questa’ultima mentre per alcuni è possibile trovarla, per altri invece è solo una chimera. Anche il credente rivendica la sua laicità in quanto la fede è esperienza di una resa dove la ragione si apre ad una verità più grande, che non la nega, ma la completa e  le dà compimento. Il credente riconosce alla ragione la sua dignità, la sua autonomia e la sua capacità d aprire sentieri  su cui è rintracciabile la verità,  anche se ciò avviene tra fatiche e dubbi, tra attese e sperimentazioni, tra momenti felici di intuizione e momenti difficili di sospensione, tra velamenti e svelamenti, tra incomprensioni e momenti di grande solitudini. La ragione ha una sua grammatica che la fede mantiene e assume come piattaforma per scrivere in linguaggio umano quel mistero che contempla. In fondo il linguaggio della fede usa la grammatica della ragione. Tutto questo è stato ignorato da molti commentatori di questi giorni, non cogliendo il nocciolo della questione. Certo il richiamo si rivolge sia ai non credenti che ai credenti.
 

 

 

Infatti, il modello di una laicità libera da pregiudizi penso sia quello che ci mette tutti, credenti e non credenti, da un lato, davanti una fede pensosa, capace cioè di lasciarsi interrogare dalle grandi domande della ragione, ma anche e allo stesso tempo capace di provocare la ragione con le sue domande e le sue istanze. Una fede la quale, però, oltre che pensosa, anzi proprio perché tale, si presenta anche come dialogica, cioè aperta alla problematicità della ragione, alla pluralità dei percorsi e alla diversità dei tempi e dei registri di comprensione. Una fede comunicativa e interpretativa, capace di leggere i frammenti di verità sparsi nei sentieri della ragione finita tipica dell’umano esperire.

 

 
Dall’altro lato, però, tale modello di laicità esige una ragione problematica, cioè una ragione che sia in grado di assumere se stessa per un verso come risorsa (e questo contro i denigratori della ragione) e per l’altro come problema (contro gli iper-razionalisti). La ragione si fa problema a se stessa, in quanto consapevole sia delle proprie possibilità che dei propri limiti, affinchè le possibilità non si trasformino in “delirio di onnipotenza”, e i limiti non siamo utilizzati come motivo per aprire la strada a nuove forme di irrazionalismo. In tal modo solo il dialogo si pone come garante della laicità, e ciò bandisce qualsiasi forma di intolleranza e di pregiudizio da ambedue le parti. Infatti ritengo che come una volta la scienza ha dovuto lottare contro l’egemonia della religione su tutte le forme di verità, contro il sequestro della ragione filosofica da parte della teologia, così oggi assistiamo ad una religione che si trova costretta a dover lottare contro il monopolio della verità da parte di un certo scientismo. Mi sembra tuttavia un paradosso che coloro ( i laicisti) che una volta hanno pagato le conseguenze nefaste di quella egemonia, oggi siano disposti a ripagare con la stessa moneta i loro “avversari”.
 

 

 

 

La laicità però oltre che essere esperienza di un pensiero libero è anche esperienza di un pensiero responsabile, cioè capace di fare ricerca nel rispetto dei limiti che la stessa ragione richiede. Non si può negare che più che attaccare la ragione, il tentativo della teologia a partire dal Concilio Vaticano II, e degli ultimi papi, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, sia andato nella direzione opposta, avendo come scopo quello di difendere la ragione e di riabilitarla soprattutto nei confronti di alcune correnti filosofiche e culturali in genere, come ad es. il “pensiero debole” proposto da G. Vattimo e P. A. Rovatti (di loro si veda Il pensiero debole, Feltrinelli, Torino 1983)  per i quali la ragione è incapace di reperire alcuna verità, o la riduzione pragmatistica della ragione a semplice “strumento dell’agire” (Dewey) da valutare solo intermini di efficacia e di efficienza, di utilità e di operatività, la concezione cioè di una “ragione procedurale”.

 

Proprio a riguardo il papa spesso, più che condannare la ragione, sembra voler richiamare a verificare l’uso che di essa è possibile fare. Vale qui la pena di citare a tal proposito due passaggi della Fides et ratio di Giovanni Paolo II (ahime! rimasta sconosciuta ai più, anche a molti filosofi e intellettuali laicisti), di cui l’allora card. Ratzinger fu certamente coestensore. Scriveva papa Woytila che “la fede non interviene per umiliare l’autonomia della ragione o per ridurne o spazio di azione […], la fede affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel fluire degli eventi, la presenza operante della provvidenza” (Fides et ratio, 16). E più avanti  ancora affermava che “non ha dunque motivo di esistere competitività tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione” (n. 17). E così la fede e la ragione, come “due ali”, sono due strade che, seppure con un registro diverso, possono portare a una verità condivisa.

 
 
 
Sempre nel suo discorso il papa si chiede “come individuare i criteri  di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e che servono  all’essere buono dell’uomo”. E per trovare una risposta cita nientemeno che il famoso filosofo laico J. Habermas secondo il quale “la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti”. Ora, prosegue Habermas, citato da Benedetto XVI,  tale forma ragionevole deve caratterizzarsi come “un processo di argomentazione sensibile alla verità”, anche se questo aspetto, annota il papa, “è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica”. Il richiamo che qui emerge riguarda, come si evince dal contesto in cui tali affermazioni sono inserite, il valore e il senso della democrazia che rischierebbe di venire meno se “i partiti responsabili della formazione della volontà politica” servissero più gli interessi di potere e di consenso sociale piuttosto che “il bene comune”. In questo senso verità e bene coincidono, e  ciò sul piano politico e democratico significa che la ragionevolezza della politica ha un fondamento etico il cui criterio è il perseguimento di un bene  che non deve essere inteso solo in senso individuale, ma anche e allo stesso tempo letto in direzione comunitaria.
 
 
 

Il papa, ispirandosi ad una “ragione etica della politica”, denuncia il rischio di una democrazia che in nome dell’assenza di verità costruisce il proprio potere su opinioni facilmente manipolabili secondo una logica dominata da interessi di parte. E sempre più spesso capita oggi, come nel passato, che nell’assenza di verità, ognuno costruisca la propria verità, usando quelle diverse forme di potere messe a disposizioni da meccanismi sociali che sfuggono al controllo dei processi democratici. Per cui accade che “la sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo -  continua il papa – il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico e in quello politico”.

 

Ritengo queste argomentazioni di alto profilo laico oltre che intellettuale: un inno alla libertà e alla ragionevolezza,  alla responsabilità e alla democraticità. Proprio per questo contro ogni forma di sterile scetticismo e di arido fideismo penso che credenti e non credenti debbano sforzarsi per lottare sia per una verità che non abbia paura del dubbio, e sia per un dubbio che non abbia paura di trovare la verità. Personalmente ho sempre sostenuto che, nel dialogo tra teologia e filosofia (che il papa nel suo discorso chiama “coppia di gemelli”), tra fede e ragione, piuttosto che una verità che ha paura del dubbio preferisco una verità che resiste al dubbio, così come ad un dubbio che assolutizza falsamente se stesso, è meglio privilegiarne uno che potrebbe diventare la via (metà-hodos), di cartesiana memoria, per arrivare ad una verità evidente. Perché, in fondo,  anche chi dubita della verità fa del suo dubbio la sua prima e ultima verità. Chi dubita della possibilità della verità non fa altro che rendere la sua non-verità un’altra forma di verità, un altro dogma, che si rivela essere molto più drammatico e  pericoloso.

 


Foto: LaStampa e RaiNews

di Illiceto Michele

 




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