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15 novembre 2007

“ L’IMMIGRATO NON E’ UN PACCO MA UNA PERSONA”

Intervista a Rocco D'ambrosio docente di Etica politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana in Roma.

Tenendo gli ultimi episodi di violenza attribuiti a immigrati riportati da tutti i mass-media, risulta molto importante fermarsi è fare una giusta riflessione senza cedere a frasi fatte, poco “ umane”, che in realtà offendono l’intelligenza di noi giovani, e che svalutano quello stile proprio di noi italiani, di un popolo sentimentale e ricco di passione, come bene esprime tutta l’arte e la letteratura italiana. Nasce così quest’intervista ad un “ esperto”, un docente universitario di etica politica che può aiutarci a comprendere molto bene il problema nella sua vera struttura.

Il professore a cui ci siamo rivolti è Rocco D’Ambrosio, docente di Antropologia ed Etica politica presso la Facoltà Teologica Pugliese in Molfetta; docente di Etica politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana in Roma. Ha già pubblicato con l’Editore Cacucci di Bari nel 1995 “ Ordine, Umanità, Politica, saggio su Eric Voegelin” ; nel 2002 “ La vigna di Nabot, saggio di etica politica”; con l’edizione Rubbettino ha pubblicato “ Istituzioni, persone, potere” ; nel 2005 con l’Edizione Meridiana ha pubblicato “ Il grembiule e lo scettro”, sul rapporto Chiesa-Stato. Dal 2005 è direttore del giornale “ Cercasi un fine” , periodico di cultura e politica. Gestisce diverse scuole di promozione alla legalità. È sacerdote della Diocesi di Bari.

 

 

    1) Professore , visti gli ultimi episodi di violenza attribuiti ad immigrati, da esperto, cosa    pensa dell’accoglienza a questi,  e dei loro comportamenti aggressivi?


 

L’argomento immigrazione, e atti aggressivi, attribuiti a immigrati è una dinamica da prendere in seria considerazione, stando attenti a non svendersi in considerazioni spesso poco ponderate. Diciamo che la delinquenza esiste e non è una realtà portata dai cittadini immigrati. L’ultimo rapporto della Caritas Italiana attesta che la percentuale di violenza e delinquenza presente nei 2.500.000 di immigrati presenti in Italia è molto più bassa della percentuale presente nelle stesso numero di cittadini italiani. Il fatto che ha compiere atti di violenza sia un cittadino immigrato fa più notizia nei mass-media della violenza di uno stesso italiano. Bisogna usare onestà e distinguere i dati statistici dall’effetto mediatico, i cittadini devono conoscere i dati, con numeri alla mano, senza fare equazioni minimaliste associando alla parola immigrato la parola delinquente. L’immigrato è un uomo come ogni italiano, e tra loro vi sono delinquenti, come vi sono tra gli italiani, e anche in percentuale più bassa come gia ho detto. Ovviamente questo non esclude un serio discorso da affrontare in termini di integrazione, che va dall’accoglienza al sistema culturale e lavorativo.

 

2)      Don Rocco, crede che l’Italia, da un punto di vista legislativo, sia pronta ad affrontare tutto ciò? E cosa si potrebbe fare di più?

 

Da un punto di vista legislativo abbiamo avuto diversi tentativi, tra cui la legge Bossi-Fini, che fu la peggiore soluzione trovata dalla Repubblica Italiana, che accettava immigrati solo se in possesso già di offerte lavorative. Cosa impossibile se si pensa ad esempio a Paesi con scarsa comunicazione, come quelli africani. La cosa si presenta ridicola, sembrerebbe che un imprenditore italiano debba telefonare ad esempio in Burundi e chiedere un  determinato numero di lavoratori. L’attuale governo qualche passo in più l’ha fatto pur non trovando soluzioni definitive, ma mettendo qualche “ toppa” qua e là. Ad esempio non sono stati chiusi i  CPT, i Centri di Permanenza Temporanea, che sono una vera e propria offesa alla dignità dell’uomo perché non si può recludere una persona trasformando il reato amministrativo in reato penale. Perché l’immigrato senza documenti non ha commesso un crimine. Quindi da un punto di vista legislativo ci sono seri problemi.

Il vero problema però è a monte: chi arriva non è un pacco ma è una persona, e la legge di una paese deve tutelare la dignità della persona. La legge dovrebbe anche tener presente che nella stragrande maggioranza dei casi chi arriva non è un delinquente, ma un uomo che ha bisogno di lavoro e di libertà perché proveniente da una stato dove c’è discriminazione. Arriva quindi per motivi nobili, per il desiderio di rifarsi una vita dignitosa, un desiderio lecito ad ogni uomo. Quindi prima va accolto, poi conosciuto e integrato. Ovviamente non sono per le frontiere aperte, perché causeremmo vari danni economici, ma sono per le quote. Cioè ogni regione dovrebbe fare un analisi del numero di operai necessari in determinati lavori che forse gli italiani non vogliono fare più, perché bisogna onestamente ammettere che gli immigrati non tolgono lavoro a nessuno, ma fanno quei lavori che gli italiani non vogliono fare più come il lavoro in campagna, i lavavetri, assistenti familiari ( badanti), le imprese di pulizia o altro. Nessuno dei nostri giovani si abbasserebbe a fare determinati lavori. Il governo, in collaborazione con le regioni, dovrebbe disporre di liste di lavoratori, per sapere dove collocare questi immigrati. Inoltre il governo ha quindi il dovere di gestire, informare e tutelare queste quote. Poi c’è tutto un discorso nei termini dell’integrazione, queste persone non vanno “ ghettizzate”, ma vanno integrate in un discorso di dialogo e informazione da un punto di vista linguistico, culturale, economico, sanitario, religioso. Solo l’integrazione in questi termini garantisce una conoscenza dei meccanismi della società che li ospita. Si fanno questi lavori di integrazione? Se ne fanno pochi e solo al livello di associazioni di volontariato sia cattolico che laico. Vanno lodate e pubblicizzate.

 

3)      Da docente di etica, antropologia e sociologia, cosa consiglierebbe ad un giovane per sensibilizzarlo all’accoglienza, da un punto di vista culturale, politico e cristiano?

 

Io credo che quel discorso fatto all’inizio,quel fare considerazioni poco ponderate sugli immigrati, specialmente nei giovani, sia dovuto ad un martellante messaggio distorto dato dai mass-media. Queste considerazioni sono frutto di ignoranza. I giovani, in quanto tali, hanno il dovere di andare oltre l’apparenza di questo fenomeno, hanno il dovere di conoscere e informarsi. Credo sia importante per un giovane conoscere di persona, entrare in qualche modo in contatto con immigrati, dialogare, informare e informarsi  sulle culture reciproche, sulla religione. Tutto questo può essere favorito da uno scegliere, da parte dei giovani, di partecipare ad attività di volontariato sia laico che cattolico, informarsi sulle strutture presenti nel territorio. È un dovere civile e cristiano il dialogare, l’informarsi sul perché hanno deciso di scappare dalle loro patrie. In tutti i processi di integrazione non si avranno mai risultati se si pensa nei termini di inculturazione da imporre agli immigrati, ma alla base dell’integrazione c’è un onesto discorso di reciproca conoscenza. Uomini, giovani che si incontrano e dialogano possono creare società.

 
Quindi cari amici lettori occorre da parte nostra un impegno concreto. Nella nostra città vi sono varie attività di integrazione con immigrati. Accendiamo in noi il desiderio di conoscerle e di diventarne membra attive. La società futura è pluralista, ed è nelle nostre mani. Informiamoci ad esempio presso la realtà di Siponto dei missionari scalabriniani, o presso la realtà di Borgo Mezzanone.

Serve solo coraggio e volontà, il resto della bellezza ce la riveleranno gli stessi immigrati.

 

di Massimiliano Arena



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